12H Cycling Marathon. Solo il battito del mio cuore

Ore 18. Nonostante abbia fatto svariate colazioni, una doccia bollente, un bagno di arnica, mangiato una pizza in 3 secondi alle 5 del pomeriggio e dormito quattro ore e mezza, no, non sono ancora freschissima. Quattro ore di sonno profondissimo non sono niente in una notte normale, figuriamoci in un pomeriggio dopo 24 ore di sveglia totale, e senza pure l’uso di sostanze meraviglianti. Arrivata all‘Autodromo di Monza ieri alle 5, abbiamo aspettato tipo 1h e 20 per avere le 3 bbbuste con tutti i pettorali e gli adesivi e i chip per la gara.

RunLikeNeverBefore ha organizzato i tre team, uno maschile, uno femminile e uno misto, per un totale di 12 persone. Tra nervosismo, tensioni, adrenalina e disorganizzazione nostra vostra loro, riusciamo a prendere un posto nei box per poter passare la notte. No, cioè, non potete capire. Gente con letti matrimoniali gonfiabili, sacchi a pelo, tende, casse e casse di frutta verdura pasta riso, donne che cucinano paella affettando cipolla e peperoni all’interno dei box, uomini sui rulli che pedalano come invasati, vestiti scarpe famiglie caffè, brioche acqua e bici bici bici bici che manco nello store più grande del mondo. Il team femminile, composto da Francesca nostro faro nella notte, da Sara e Rachel e me, fa un mini briefing di 10 minuti mentre si scofana le farfalle al sugo del pasta party. Decidiamo di suddividere le 12H di questa infinita notte in 2h iniziali ciascuna più un’ora finale per tutte. Decisione che si rivelerà non proprio intelligentissima. Alle 8 e 11 minuti precise parte il giro di prova dei ciclisti, e vanno già tutti a bombazza, ma è incredibile vederli partire! Appena rientrano, parte immediatamente la gara.

Francesca è la prima del team, che in due ore porterà a casa 70 e passa km, Due ore dove il giorno è diventato sera, dove il cielo coperto pian piano si è trasformato in cielo pieno di fulmini e lampi e nell’aria l’acquazzone in arrivo. Alle 10,30 parte Sara, due ore totalmente sotto il diluvio e al buio, e ancora adesso mi chiedo come sia riuscita a resistere, a non cadere, e a tornare col sorriso. Parte poi Rachel, che corre nella notte con un meteo che diventi via via sempre più favorevole, per tutti ma sopratutto per me. La mia ora sta arrivando. Nel frattempo faccio foto, vedo gente, saluto Alessandro], la Monica, la miglior supporter di sempre, Simone e la Raffaella, la Valentina che sono qua per gareggiare pure loro, non si dorme, giro nei box a vedere cosa fanno le persone in questa situazione (situazione disagio aggiungerei), per me è un mondo totalmente nuovo. La musica è a palla, Luca e Silvio, gli speakers della manifestazione, si danno il cambio tutta la notte per tenere alta la partecipazione e ci riescono, anche sotto la pioggia battente. Il bar è sempre aperto per dare ristoro a tutti gli atleti. Bon dai, tocca a me. Cribbio.

Sono le due e mezza, Roberto mi spiega per la centomilllesima volta come devo usare il Garmin, ma metti che non mi accorgo che le mie due ore son finite e voglia pedalare all’infinito, metti eh.., poi lui e la Fra mi mandano in pista, alla sbaraglio. Aiutissimo. I primi due giri sono da panico. Ma panico vero.

Il buio, la bici nel buio (grazie Andrea) per avermela prestata, è stata attaccata a me sempre, che l’esperienza m’insegna), io nel buio, l’autodromo, il silenzio, l’essere lì da sola. Non respirare. Voler tornare indietro. Ansia. Tensione. Poi mi torna uno sprazzo di lucidità, nonostante l’ora.

Mi rilasso e pedalo. E cerco di godermi il momento, un momento di 90 minuti. Le cicale, i primi uccellini, il rumore delle altre bici, il profumo inebriante e sorprendente dei tigli. E il terrore che mi assale alle spalle ogni volta che passano quei 50 pazzi in scia a una velocità supersonica! No, ma non stanno bene per niente. Bellissimi e perfetti e compatti e velocissimi, ma giuro mi fanno paura. Ho capito che le gare no draft le preferisco. Mi son fatta due ore sempre da sola, lì nel mio cantuccino mantenendo sempre la destra come da indicazioni. Una fatica del diavolo, non salivo in sella da qualche giorno prima che me la rubassere, non ne avevo nelle gambe che bruciavano, la velocità media intorno ai 24km/h..niente di che. C’è da dire che ogni volta che passavo davanti alle macchine fotografiche mi riprendevo di colpo, andavo più veloce e sorridevo, dopodichè alla prima curva pedalavo come se facessi cicloturismo e addio sorriso, solo concentrazione. Son stata fortunata. Due ore senza una goccia d’acqua, asfalto asciutto. Ora è tempo di dare il cambio. Tornerò in sella fra 4 ore, per fare l’arrivo. Mangio, bevo, vado a fare un massaggio decontratturante con delle cose che mi applicano che trasmettono delle scosse Daniela ci pensi tu a spiegare bene?) ma non mi rilasso, anzi picchierei il ragazzo e quindi mi faccio abbassare al minimo la stimolazione che tra stanchezza e caffè e adrenalina sti cosi sulla schiena mi agitano non poco. Si fa un giro a salutare gli altri, a vedere la classifica, ci si cambia per mettersi abiti asciutti e caldi, i nostri coinquilini francesi di box cucinano uova, hanno il massaggiatore personale, dormono, parlano, hanno pure allestito lo spazio con festoni e palloncini x festeggiare un compleanno. Faccio colazione, una-due volte e dopo 3 ore tocca di nuovo me. Cerco di andare più forte, le altre han fatto un sacco di km a velocità inpensabili per me (ancora per poco hahahahhhaah) e vorrei cercare di tenere alta la dignità, ma ovviamente senza riuscirci. Il profumo dei tigli mi assale a ogni giro, mi ricorda che dietro la curva c’è il rettilineo del traguardo, e mentre passo chiedendo se la gara è finita mi dicono che mancano ancora 3 minuti. Tre minuti. Posso fare un altro giro e non so se disperarmi o essere contenta. L’alba ha albeggiato, la musica esce dalle casse, il mondo si è svegliato, Luca incita gli ultimi giri, la gente è tutta sugli spalti a tifare i proprio compagni di squadra. E pure io mi gaso di bestia quando passo davanti al tifo, che mi pare di sentire la @[1273181372:2048:Sara] chiamarmi. Sogno o son desta? Sensazione incredibile. Due scie di invasati mi supera, mi faccio di lato, rallento e li lascio passare guardandoli ammirata. Li c’è gente che sta pedalando da 12 fottutissime ore. Mapuoi!??? Ecco, sono arrivata. Le 12H sono finite, taglio il mio traguardo, quello del nostro team, alle 8.30 circa.

Mi sale il magone, non respiro. Piango. Decellero. Decanto. Defatico. Stacco i pedali. Respiro. Neanche un abbraccio ad aspettarmi, e un pò ci rimango. Ma siamo tutti stanchi. Raggiungo il box 10, sono a pezzi. Si fa colazione, cammino a fatica, un male al culo che non vi spiego, le gambe due pezzi di legno, bisogna rimettere le cose nello zaino. La solita valigia per una settimana di vacanza che ho portato meco. E’ finita. Questa impresa che ancora non ho metabolizzato, è finita. E questa sì che è stata veramente un’impresa, sempre senza allenamento naturalmente, che è un pò il mio contraddistinguo. Non ho più l’età per gli after party.

Non ho capito se la rifarò, il draft mi spaventa, la notte è stata interminabile anche se istruttiva, tutto il resto si supera. Il team femminile, il nostro team, porta a casa 360km con una media totale di 29,45km/h. Per un quarto è anche merito mio. Quasi mi commuovio di nuovo. Poi solo tre cose sono importanti ora, come si dice davanti all’ennesimo caffè con altri ciclisti: indossare la medaglia, scattare LA foto, postarla su Istagram.

Tutto il resto è stanchezza.

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