Salvatore e il Supersprint, primi passi verso l’Olimpico

Ciao a tutti e grazie a SuperLù per l’ospitalità. Sono pronto a raccontarvi il mio primo Triathlon.. una cosina piccola, piccola. Un Supersprint, gara di Triathlon di sabato 19 maggio scorso all’Idroscalo di Milano, il Sea Milano Deejay Tri.

In pratica 400 metri di nuoto, 10km di bici e 2,5km di corsa, il tutto da chiudere in un tempo ragionevole di 55 minuti (per essere considerato come tempo ufficiale della FITRI, la Federazione Italiana Triglie).

La preparazione all’evento è stata accurata. Ho nuotato tanto, per colmare il gap con l’unica disciplina che ho praticato poco. Ho sempre pensato che essere cetaceamente portato per l’acquaticità mi avrebbe aiutato. Sto*****.

Due giorni prima della gara sono in grado di fare 600 metri di fila, nuoto senza fermarmi, alternando crawl e rana e, soprattutto, esco dalla piscina sulle mie gambe, senza intervento dei bagnini e dei rianimatori. Guardo negli occhi il mio vicino di armadietto e gli dico «sono pronto».
Mi sento pronto, sono DRAMMATICAMENTE pronto… ho tutto nella capoccia «uno due respira, uno due respira» per 100 volte e sono fuori dall’acqua. Assaporo già il momento.

La sera prima della gara mangio poco, ho quella strana sensazione sotto pelle, non è nervosismo, è adrenalina… mio figlio mi guarda e mi dice «papino domani vinci la medaglia d’oro?». Conosco i miei limiti, so che non arriverei primo neanche se partecipassi da solo, ma è mio figlio e io sono così carico di adrenalina che potrebbero controllarmela con la stecca dell’olio. «Amore, domani papà vince» (questa verrà scritta al quarto posto nel necronomicon di tutte le mie vaccate più famose).

Alle 21.30 sono nel letto, alle 22.00 dormo, alle 23.00 sono sveglio e giro per casa e guardo filmati epici sui vincitori degli IronMan. Mi sento un po’ Jan Frodeno, mi guardo allo specchio e mi rendo conto che ho il fisico di Frodeno dopo aver ingoiato Jabba the Hut. Controllo per l’ennesima volta la borsa… cerco su internet TUTTE le check list «cose da portarsi a una gara di triathlon», sono preda dell’ossessività più compulsiva, manca solo la telefonata all’Aci per sapere le previsioni del tempo e poi sono la copia di Furio, il personaggio di Verdone. Morfeo, tu mi ami? Lo vedi che la cosa è reciproca? vienimi a prendereeeeeeeeeeee… e Morfeo finalmente arriva.

Sveglia ore 7.30, colazione frugale, the con un cucchiaino di miele, una banana, mezza mela.

Alle 8.30 sono in bici, alle 9.00 all’idroscalo, vado a ritirare il primo pettorale della mia carriera da triatleta. Lo guardo, il numero 81. Leonardo il mio secondo figlio è nato l’8, Edoardo invece è nato l’1. Ok, anche la cabala, o Kabbalah (se preferite la pronuncia catanzarese) è con me. Preparo la zona cambio. Sono concentrato come un pomodoro. Guardo un giudice e gli dico «sono pronto», «Chi inizia per primo finisce per ultimo», risponde lui, lo guardo sorridendo mentre il fumetto recita «malameglioanimadelimortaccitua, sei simpatico come una ragade a ferragosto». Sono le 11 e sono già pronto, ho applicato i tatuaggi, ho messo il body e decido di fare una passeggiata a guardare l’acqua dell’idroscalo. Mi appoggio al cartello di divieto di balneazione, guardo le alghe e osservo le boe del percorso.. maquanticazzisonoquattrocentometri?!?!

La tensione è alle stelle, faccio un giro per l’area degli stand, vedo un po’ di amici del gruppo dei Triatleti Ignoranti (non che io potessi far parte di altri gruppi eh), ne saluto un paio ma si è fatta ora, devo andare. Entro nella muta, metto la cuffia e entro nella mia batteria, ci fanno tuffare, la partenza è dall’acqua. Non sento più niente, solo la sirena. Vado, parto, bene, bracciate lunghe, decido di respirare più velocemente, ogni due bracciate, supero persone, non vedo più l’effetto tonnara davanti a me, alzo la testa, sono nelle prime posizioni, controllo la respirazione, va tutto bene.

Fino alla boa…

la boa…

Alzo la testa, sono tipo secondo o terzo…non so, ma soprattutto sto nuotando BENE cazzo!

Decido di seguire uno dei tanti consigli letti qui e là «per curvare stretto, vai di rana».

Ecco

Cado di rana

Prima gambata, olè

Seconda gambata, CRACK.

Gamba sinistra contratta, polpaccio che tira, ma soprattutto crampo alla pianta del piede, torno in crawl. Guardo sotto, il fondale dell’Idroscalo è spettrale, ci sono le alghe, le sento intorno alle caviglie, non è un vero e proprio attacco di panico, mi sto solo cacando letteralmente sotto. Vado in iperventilazione, non riesco più a nuotare, mi metto a dorso e uso le cosce, ma sto iperventilando troppo. Mi fermo, galleggio, penso al traguardo, NON POSSO MOLLARE. Mi giro, crawl solo braccia, unico modo, alternato a rana con gambata marines, non posso fare altro. Primi 200 metri in 3 minuti, secondi 200 metri in oltre 10 minuti. Esco dall’acqua zoppicando, mi chiedono se voglio fermarmi.

C’è Edoardo, non mi fermerei neanche se mi stessero puntando una pistola in fronte, corro in zona cambio, la mia prima transizione, esco dalla muta agilmente, metto il casco e gli occhiali, metto le calze e le scarpette, pettorale e parto. Salgo in bici e bevo… e mi rendo conto che avevo bevuto l’ultima volta alle 10.30 e che avevo nella panza solo una barretta consumata alle 10… sono irrimediabilmente un imbecille.

La bici è la mia frazione, è quella in cui mi sento più sicuro, sono un passista, inizio a #scannellare™ e recupero altri corridori, guardo il contachilometri, 32 all’ora… sto davvero correndo come un facocero della gualdrappa!!! Uno mi chiede se può restare in scia, ma lo semino, sto sverniciando persone, e mi sento benissimo.. fino all’ottavo km, click.
Chi ha spento la luce?? Ehi gambe, perchè vi siete fermate?  Niente da fare… non vanno più. Mi riprendono tutti e rientro in zona cambio con pochissime persone dietro.

Il giudice del mio cuore mi vede affaticato, mi ha visto rientrare, mi chiede se voglio ritirarmi, la risposta è sempre la solita: NO.

Inizia il calvario, la corsa. Niente, le gambe non vanno, non ne vogliono proprio sapere, corro e cammino, cammino e corro. I volontari lungo il percorso mi incitano «Dai cazzo che se continui così ti superano quelli della gara di domani!» (poi vi sputo con calma eh), le gambe iniziano a muovicchiarsi, accenno una corsetta, ma niente da fare… 200 metri e sono nella solita situazione, un volontario mi allunga una bottiglietta d’acqua, bevo due sorsi e mi rendo conto che sono disidratato come un orso polare nel deserto del Sahara, ma non mollo, è il mio primo triathlon e DEVO tagliare il traguardo, anche fuori tempo massimo ma devo arrivare.

Me lo devo, me lo devo per le sveglie alle 5 per salire in bici, per il tempo sottratto alla famiglia, me lo devo perchè ogni impresa comincia con un piccolo passo e questo è il mio e non mi interessa quanto ci vorrà ma centimetro dopo centimetro io avanzerò e conquisterò quel fottuto traguardo.

Sento la musica in lontananza, mancano 500 metri, faccio appello a tutte le forze residue «gambe, 500 metri e poi ci fermiamo, promesso, ma fatemi arrivare correndo e non camminando, non ce lo meritiamo».

A saperlo lo dicevo prima…

Corricchio, mi muovo, il tappeto sotto di me diventa rosso. Non sento più niente, è un momento meraviglioso, sto tagliando il traguardo!

Sono ULTIMO, ma contento come un tornado in un parcheggio di roulotte. Ho vinto contro me stesso e contro la mia stupidità del considerare il Supersprint una gara in cui non alimentarmi, ma non ho mollato e ora sono più risoluto che mai.

Triathlon Olimpico di Cesenatico, ci vediamo a settembre.

#YouCanBeHero

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